C’è un posto nel Salento dove si mangiano solo orecchiette
In un tempo in cui il cibo è spesso spettacolo, Mamangi sceglie un’altra strada: quella della verità. Non quella assoluta, ma quella che profuma di domeniche in famiglia, mani infarinate, voci che si rincorrono tra una pentola che bolle e una risata che esplode. A Lecce e Gallipoli, Mamangi non è solo un luogo dove si mangia: è un’esperienza che si intreccia con la memoria, con l’orgoglio di appartenere a un Sud che sa reinventarsi, restando sé stesso.
A partire da un piatto simbolico – le orecchiette – e da un nome che è già invito affettuoso, Mamangi ha costruito un immaginario che unisce creatività, ironia e identità. È un progetto nato dal desiderio di restare, di credere in un territorio spesso difficile ma ancora fertile, e soprattutto di raccontare la cucina non come gesto ripetitivo, ma come possibilità di connessione, con gli altri e con sé.
Abbiamo incontrato chi questo progetto lo ha sognato, costruito e portato avanti con entusiasmo contagioso, per farci raccontare com’è nato tutto, cosa significa oggi “fare ristorazione” al Sud e perché, a volte, basta un’orecchietta per far partire una rivoluzione.
L’intervista a Gabriele Scorrano, il giovane imprenditore che si è inventato il brand.

Com’è nato Mamangi? E perché proprio le orecchiette?
Mamangi è nato con l’idea di portare un format che parlasse di famiglia, di autenticità, di Cucina di Famiglia. Non volevamo semplicemente aprire un ristorante, ma creare un luogo che trasmettesse il vero gusto della cucina pugliese e salentina. Le orecchiette, in questo senso, sono state una scelta naturale: sono il nostro simbolo, il nostro “distintivo”, qualcosa che parla immediatamente di casa e appartenenza.
Mamangi ha una doppia anima: da un lato la tradizione, dall’altro un tocco fortemente contemporaneo. Come lavorate su questo equilibrio?
Abbiamo pensato che il dialogo tra tradizione e contemporaneità potesse avvicinare pubblici diversi: dai giovani ai più maturi, da chi ama la cucina della nonna a chi è aperto a sperimentazioni e sapori nuovi. È un equilibrio costante, che cerchiamo in ogni piatto: dalla carne ai vegetali, dagli abbinamenti più classici a quelli più audaci.
A Lecce e Gallipoli si respira un’energia diversa, ma in entrambi i luoghi Mamangi sembra trovarsi a casa. Che tipo di legame avete costruito con il territorio?
L’amore per la nostra terra è la nostra forza. Lecce e Gallipoli hanno ritmi e atmosfere diverse, è vero, ma in entrambi i casi il nostro obiettivo è far sentire gli ospiti a casa, ovunque si trovino. I nostri collaboratori e le location che scegliamo puntano tutte a trasmettere un senso di familiarità autentica. E noi, allo stesso tempo, cerchiamo di sentirci parte integrante dei luoghi che ci accolgono.
In un momento storico in cui molti giovani scelgono di andare via, voi avete deciso di restare (o tornare) e investire qui. Cosa vi ha spinto a farlo?
Proprio l’amore per il nostro territorio. Sentiamo il bisogno e il dovere di restare ancorati al posto che ci ha visti crescere, e che vogliamo contribuire a valorizzare. Nel nostro piccolo, cerchiamo di dimostrare che qui si può – e si deve – resistere, creando qualcosa di bello e duraturo.
Il Salento è davvero un posto fertile per chi ha voglia di fare? Cosa serve, secondo voi, per far crescere un’idea qui?
Sì, è fertile. Lo dimostrano le tante realtà giovani che, tra mille difficoltà, stanno crescendo. Per far nascere e sviluppare un’idea, però, bisogna prima di tutto crederci, con convinzione. E serve anche studio, ascolto, osservazione: bisogna capire davvero cosa vuole il pubblico, cosa si aspetta, cosa ancora manca.
C’è una forte componente creativa nel vostro lavoro, che va ben oltre il “fare ristorazione”. Quanto conta per voi l’immaginazione? E quanto la memoria?
Facciamo una ristorazione che mette al centro la socialità, il sentirsi bene. Vogliamo essere quel posto del cuore dove vai a rifugiarti, dove ti senti coccolato anche se mamma o nonna sono lontane, eppure – in un modo o nell’altro – riesci a sentirle vicine. L’immaginazione è ciò che ci permette di costruire questo spazio emotivo. Ma anche la memoria è fondamentale: ci lega a ciò che siamo.

Ogni piatto ha un nome, un’identità precisa, spesso ironica. Quanto giocate con il linguaggio, oltre che con i sapori?
Molto. Il gioco tra lingua e gusto è alla base di ciò che facciamo. Cerchiamo sempre di creare qualcosa di “ricordabile”: non solo buono, ma anche evocativo, divertente, condivisibile. Un nome può accendere un’emozione, un ricordo, una risata.
Avete mai avuto paura che “solo orecchiette” potesse essere un limite? O è proprio da quel limite che parte tutto?
Non l’abbiamo mai visto come un limite. Anzi, lo abbiamo vissuto fin da subito come un trampolino di lancio. L’idea di essere riconosciuti come la prima “orecchietteria” ci divertiva, ma anche ci lusingava. Perché in quel riconoscimento c’era tutto il nostro legame con la cucina tradizionale, portato però in un formato fresco e nuovo.
Mamangi è anche un modo per raccontare il Sud senza stereotipi? Se sì, in che modo?
Assolutamente sì. A partire dal nome stesso – Mamangi – che racconta il Sud in modo affettuoso, vero, non caricaturale. Parla di mamme e nonne che ti chiedono se hai mangiato abbastanza, che temono sempre che tu sia shupatu. Ecco, è quel calore lì che vogliamo trasmettere, senza folclore, ma con sincerità.
Un aneddoto che vi ha fatto capire che Mamangi era diventato qualcosa di più di un ristorante?
Non è un aneddoto preciso, ma una sensazione ricorrente. Ci ha colpito molto il fatto che diversi clienti ci chiedessero se fossimo una catena, o se esistessero altri Mamangi in giro per l’Italia. Questo ci ha fatto riflettere sulla forza del nostro brand, sulla riconoscibilità del format. Ed è stata una grande spinta a pensare ancora più in grande.
Progetti futuri? Restate nel solco delle orecchiette o ci sono nuove forme di pasta all’orizzonte?
I progetti non mancano mai. Siamo giovani, pieni di idee e sogni. E anche se il cuore resta legato alle orecchiette, siamo pronti a sfornare novità. Letteralmente: stiamo per aprire Sforna, una focacceria nel centro storico di Gallipoli. Nuove forme, nuovi sapori… sempre con lo stesso spirito.
Famiglia, gusto, identità. Mamangi è molto più di un posto dove si mangia bene: è un modo di raccontarsi, di restare fedeli alle radici con lo sguardo rivolto avanti. E sì, sempre con una buona orecchietta tra le mani.
