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SANTA CRISTINA A GALLIPOLI: IL RACCONTO DI UNA FESTA CHE È PATRIMONIO DI TUTTI

Ci sono feste che si vivono. E poi ci sono feste che ti crescono dentro.
In questa rubrica abbiamo già raccontato alcune delle principali celebrazioni religiose di Gallipoli, soffermandoci soprattutto sulle feste che aprono il mese di luglio. Ma se c’è una ricorrenza che rappresenta davvero l’anima dell’estate gallipolina, quella è senza dubbio la festa di Santa Cristina.

E quando scrivo di Santa Cristina, lascio che sia il cuore a guidare le parole.

Perché Santa Cristina, per me, non è semplicemente una festa patronale. È una parte della mia vita.
Qualcuno potrebbe obiettare che Santa Cristina, in fondo, non è la patrona di Gallipoli. Ed è vero. La patrona della città è Sant’Agata con San Sebastiano. Santa Cristina è la Protettrice, o se vogliamo la Compatrona. Ma ci sono titoli che vengono assegnati dalla Chiesa e ce ne sono altri che nascono spontaneamente nel cuore di un popolo. Per noi gallipolini, Santa Cristina è la nostra Festa Patronale. Perché, alle volte, è proprio l’amore della gente a proclamare un Patrono.

La festa che iniziava moltoprima del 23 luglio, cominciava settimane prima. Cominciava quando, da bambini, aspettavamo con entusiasmo la caccia al tesoro organizzata dalla Confraternita della Purità tra i vicoli del centro storico. Erano pomeriggi di gioco, di amicizia, di competizione sana. Le squadre erano quelle dei ragazzi del borgo antico e sembrava quasi di vivere una grande avventura.

 

Poi arrivava la novena. E con essa arrivava mio nonno. Era lui ad accompagnarmi ogni sera in Chiesa. Ricordo ancora il momento in cui, finita la celebrazione, correvo in sagrestia per chiedere le immaginette della Santa. Ne volevo sempre più di una: una per me, una da conservare e qualcuna da regalare. Erano piccoli gesti, ma oggi capisco quanto abbiano contribuito a costruire il mio modo di vivere la fede. L’inno che tutti conoscono. Se sei nato a Gallipoli non puoi non conoscere “Salve, Celeste Martire”, è uno di quegli inni che impari senza accorgertene. Lo ascolti ogni anno, lo canti durante la novena, lo senti risuonare nella processione e, alla fine, lo conosci a memoria. Ancora oggi, quando la banda attacca quelle prime note, mi ritrovo a cantarlo istintivamente, come quando ero bambino. È una melodia che appartiene ai ricordi.

C’erano poi quelle calde mattine di luglio. Io e tanti altri bambini ci fermavamo vicino al Grattacielo per osservare gli operai della ditta di luminarie mentre montavano il grande frontespizio che avrebbe dato inizio alla spettacolare galleria luminosa. Rimanere lì a guardare era già parte della festa. Ogni giorno vedevamo aggiungere un pezzo nuovo e immaginavamo come sarebbe stata l’accensione.
L’attesa era quasi più bella dell’evento stesso.

Un altro ricordo indelebile è il concorso “Pensando a Santa Cristina”, promosso sempre dalla Confraternita. Le sere trascorse in parrocchia erano dedicate alla preparazione di piccoli manufatti artigianali, disegni, poesie e preghiere dedicate alla Santa. Erano occasioni semplici, ma preziose.
La festa non era soltanto spettacolo: era educazione, creatività, comunità.
Poi arrivava il 23 luglio. Alle prime luci dell’alba i colpi a salve rompevano il silenzio. Era impossibile restare a letto. Si scendeva subito in strada per inseguire la banda che attraversava i vicoli annunciando che finalmente la festa era iniziata. In quel momento Gallipoli sembrava trasformarsi. Ogni angolo respirava la stessa gioia.

Tra tutti i ricordi poi, ce n’è uno che custodisco con particolare emozione: la processione a mare. Io avevo la fortuna di salire sul peschereccio dei miei cugini. Da bambino mi sentivo uno dei pochi privilegiati. Essere lì, accanto alla statua della Santa, mentre il porto si riempiva di imbarcazioni e il cielo si colorava con il volo dei grandi palloni aerostatici, era qualcosa che non si può raccontare fino in fondo. Bisogna viverlo. Poi il rientro nel centro storico e la tradizionale batteria pirotecnica sparata dal Rivellino che salutava il ritorno della Protettrice.
Il 24 luglio: la città al suo massimo splendore. Il giorno della festa era un susseguirsi di emozioni. All’alba arrivavano le grandi bande da giro, e chi conosce Gallipoli sa bene quanto fosse importante la scelta dei complessi bandistici. Arrivavano le migliori. Il teatro si riempiva per il concertone. Poi tutti di corsa sul molo per assistere agli spettacolari fuochi pirotecnici diurni. Ancora oggi mi emozionano come allora. Per le strade era impossibile fare pochi metri senza fermarsi, ovunque si incontravano donne chiamate Cristina. Gli auguri si moltiplicavano. Era una città intera che si sentiva una famiglia.

Il pranzo… ma senza perdere tempo. A casa ci aspettava il tradizionale pranzo di festa naturalmente tutto a base di pesce. Ma doveva essere veloce perché il mare ci aspettava ancora. Bisognava tornare in barca. La Cuccagna a mare era uno degli appuntamenti più divertenti. E quando finalmente qualcuno riusciva ad afferrare la bandiera, sembrava di aver vinto tutti. Ci si tuffava in acqua per festeggiare. Era felicità allo stato puro.
La sera era il momento della cassarmonica in Piazza Tellini. Io non suonavo alcuno strumento. Eppure, salivo ugualmente su quel grande palco illuminato. Il motivo era semplice: mio padre suonava con la Banda di Gallipoli. Stargli accanto, osservare i musicisti da vicino, sentirmi parte di quel mondo… era uno dei regali più belli della festa. E poi c’era il mio salvadanaio, lo riempivo per un anno intero. Lo rompevo soltanto per Santa Cristina. Tutto il tesoretto finiva tra le bancarelle della grande fiera. Ma una cosa non mancava mai: la “cupeta”. La compravo ogni anno e la portavo ai nonni.
Prima di tornare a casa c’era sempre una tappa obbligata: la cappelletta di Santa Cristina.
Un saluto. Una preghiera. Un grazie. Poi, tutti insieme, si aspettava la mezzanotte. I grandi fuochi d’artificio chiudevano la giornata più bella dell’estate. E il giorno successivo arrivavano gli spettacoli, i concerti, gli ultimi appuntamenti della festa. Ma insieme agli ultimi scoppi dei fuochi arrivava sempre anche una sottile malinconia. Perché capivi che bisognava aspettare un altro anno. Passata Santa Cristina era quasi finita l’estate e bisognava prepararsi per il rientro a scuola, era questo che i nostri genitori ci dicevano.
Santa Cristina era… Santa Cristina è.

Oggi molte cose sono cambiate. Le generazioni cambiano. Cambiano le abitudini. Cambia perfino il modo di vivere le feste. Ma c’è qualcosa che continua a rimanere immutato. L’amore dei gallipolini per Santa Cristina. È un sentimento che si tramanda di padre in figlio, che supera il tempo e continua a fare di questa festa uno dei momenti più autentici dell’identità cittadina.

Chi sceglie di trascorrere le vacanze a Gallipoli in questo periodo non assiste semplicemente a una Festa Patronale. Assiste a una città che racconta sé stessa. Dal porto al centro storico, dalle bande alle luminarie, dalla processione a mare ai fuochi d’artificio, tutto parla della storia di un popolo che continua a riconoscersi nella sua Protettrice. Non è un caso se, dal 2026, la Festa di Santa Cristina è iscritta nel Patrimonio Culturale Immateriale della Regione Puglia. È un riconoscimento importante, che certifica il valore storico, religioso e antropologico di una tradizione che continua a vivere grazie all’amore di un’intera comunità. E forse è proprio questo il segreto della festa di Santa Cristina. Non appartiene soltanto alla storia di Gallipoli. Appartiene ai ricordi di ciascun gallipolino. E finché ci sarà qualcuno che, ascoltando le prime note del “Salve Celeste Martire”, sentirà riaffiorare le emozioni dell’infanzia, Santa Cristina continuerà ad essere molto più di una festa. Continuerà ad essere casa.

Gallipolino verace profondamente legato all’identità della città e alle tradizioni popolari che da sempre attraversano la città. Appassionato di feste patronali, riti religiosi e cultura locale, porta avanti con entusiasmo e partecipazione quel patrimonio fatto di memoria, appartenenza e devozione che caratterizza la storia gallipolina. Da anni segue il mondo delle celebrazioni tradizionali, contribuendo a mantenerne vivo il valore e a trasmetterlo. Il suo impegno rappresenta un modo autentico di custodire e valorizzare le radici della comunità, mantenendo sempre forte il legame con il territorio e con le sue espressioni più identitarie.

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